Cammino di Assisi - cammino ufficiale di San Francesco   Città del Cammino

”Vade Francisco et repara domum meam”

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Erboristeria degli antichi pellegrini

Dulcamara

 La farmacia

  degli      antichi        pellegrini                  
Testo di: Gianni Boscolo Ippolito Ostellino

Tra Mille ed il XV secolo e, seppur in modo minore, anche nei secoli successivi, una marea di pellegrini, di ogni ceto, ha percorso le diverse vie che da tutta Europa portavano a Santiago de Compostela. Il famoso Camino, che tanto ha contribuito alla diffusione della cultura europea. Il Cammino di Santiago in realtà, erano diverse vie che confluivano nella città galiziana nel nord ovest della Spagna dove nell'VIII secolo erano state ritrovate le spoglie dell'apostolo e martire S. Giacomo. La via maggiormente battuta era detta "francese", ed iniziava in Spagna a Puente la Reina, a sud est di Pamplona dove si univano le due strade che valicavano i Pirenei: dal passo di Roncisvalle o da quello più elevato, di Somport. Il ponte che dà il nome alla cittadina fu fatto edificare nell'XI secolo dalla regina Sancha di Navarra per evitare ai pellegrini il guado del fiume Arga. Da lì il percorso principale si sviluppava, allora come oggi, per oltre ottocento chilometri verso ovest. Giorni e giorni di cammino a piedi, talvolta con l'aiuto di qualche cavalcatura, se i mezzi lo permettevano, con ogni tempo, a volte sotto il sole cocente, a volte nel vento e nella bufera, lungo le distese della Meseta, l'altopiano a Sud della Cordigliera Cantabrica. E questo dopo aver valicato le valli e le gole pirenaiche talvolta sferzate dalla pioggia e dalla neve gelata. L'itinerario più seguito da Puenta la Reina toccava Logroño, Burgos, Lèon, Lugo, fino alla mèta finale: il Portale della Gloria della cattedrale di Santiago. Un viaggio di diverse settimane nel solo tratto iberico. Una via più settentrionale seguiva le coste del tempestoso mar Cantabrico fino a La Coruña, poi piegava decisamente verso meridione. In questo porto atlantico attraccavano i velieri con i pellegrini provenienti dalle isole britanniche che si congiungevano con quelli che già avevano percorso le pianure del centro Europa: erano partiti, mesi prima, da Danzica, dalle Fiandre, Istanbul, Atene, Parigi, Aix en Provence, Toulouse, Roma, l'altra grande tappa, con Gerusalemme, dei pellegrinaggi medioevali. Mesi e mesi di cammino in condizioni difficili, con ogni tempo atmosferico, con all'attivo notti all'addiaccio. Insomma il Camino era un viaggio denso di rischi, pericoli e sacrifici. E che poneva anche problemi sanitari. In particolare il rifornimento d'acqua. Non a caso il Codex Calixtinus, del XII secolo, la prima "guida" del pellegrinaggio conosciuta, suggerisce di non bere ad alcuni fiumi, come il Salado in Navarra, e suggerisce invece di abbeverarsi tranquillamente ad altri come il Pisuerga, Carrion, Esla, Valcarce ed altri. Un percorso che risulta faticoso oggi, nonostante il goretex e gli scarponcini da trekking. Allora il pellegrino disponeva di ben poco. Una capa, una cappa di feltro, ed un chambergo di cuoio o feltro a tese larghe, el zurron, lo zaino, oppure una borsa da viaggio portata a tracolla, la calabaza, la borraccia, fatta da una zucca, per l'acqua od il vino, el bordon o palo alto, un lungo bastone per aiutarsi ed all'occorrenza come strumento di difesa, ma soprattutto la cajita, un ampio portafoglio dove tenere il certificato di pellegrino, rilasciato dallae parrocchia di partenza, il vero passaporto del Camino che permetteva di ricevere aiuti ed ospitalità nei conventi e monasteri. Nel corso dei secoli lungo le vie del Camino erano sorti ricoveri ed ospedali, i monasteri davano sollievo ed aiuto. I primi ospizi furono costruiti nei passaggi difficili del percorso come i colli di Somport, Roncisvalle, O Cebreiro. Gli ordini religiosi mettevano al servizio dei pellegrini il sapere che avevano accumulato nel corso dei secoli, arricchendo e sperimentando i ricettari che risalivano a Dioscoride, generale delle legioni romane al tempo di Nerone. Era una farmacopea naturale che traeva da erbe ed arbusti le essenze per preparare medicinali per ogni malanno e malattia. I pellegrini stessi portavano dalle loro città altri saperi in materia. Il Camino costituì quindi, anche nel campo dei rimedi medicinali, una grande occasione di scambio culturale. Chi si metteva in marcia sovente conosceva un ricettario di "pronto soccorso" per una serie di malanni che andavano dalle artriti alle punture di insetti, dalle varici ed ulcere alla sciatica, dalle bronchiti alle ferite ed alle piaghe. Non mancavano rimedi contro la pelle secca o le bruciature solari. E per chi faceva il viaggio, almeno in parte, via mare, anche rimedi contro il mal di mare: la catalana Ruda de bosc, la Ruta (Ruta graveolens L.) (127) che Ippocrate riteneva invece benefica contro gli attacchi di isteria
Si prendeva una manciata di foglie fresche, le si tritavano mescolandole con aceto di vino bianco. Quindi si imbeveva una garza che posta sotto le narici rimetteva rapidamente dal mar di mare, dalle nausee e dagli svenimenti. Nelle campagne in passato le attribuivano anche svariate proprietà magiche (ad esempio quella di accrescere la libido femminile).
Per la artriti c'era la Verbena (Verbena officinalis) (145) che i francesi chiamano Verveine; contro l'asma la Celidonia mayor (Chelidonium majus) (41) che i pellegrini provenienti dall'Inghilterra chiamavano Greater celandine, e l'origano. La Chelidonia veniva utilizzata anche per le bronchiti, i calli ed il catarro: oggi si direbbe un farmaco ad ampio spettro. Talmente ampio che Raimondo Lullo (chimico del XIV secolo) riteneva facesse addirittura resuscitare i morti (se non haverà determinato iddio al tutto che colui mora…). In caso di cadute veniva utilizzata la Cola de caballo mayor (Equisetum telmateia 45) mentre per i calli, che potevano diventare un vero tormento per dei pellegrini, oltre alla celidonia veniva usata l'herba callera (Sedum telephium ssp maximum (59), la Hemels leutel degli Olandesi e che noi chiamiamo erba di S. Giovanni (361). Erbe di San Giovanni in realtà ne erano conosciute molte. Alfredo Cattabiani oltre al Sedum telephium ne cita diverse altre: la lavanda, il cardo, la menta. Rimedio fondamentale per uno stato fisico costante nella vita del pellegrino, la stanchezza, era l'agrimonia (Agrimonia eupatoria) (15) o l'acetosella che i nostri pellegrini chiamavano anche alleluja. Il termine scientifico è Oxalis acetosella (20). Nei dintorni del Santuario dove prevaleva il galizano era l'Azediña, per i baschi Basoeteko mingotsa. Contro il catarro oltre alla chelidonia venivano usati l'origano e la Becabunga, ossia la Veronica becunga (31). L'origano aveva anche un valore simbolico e rappresentava il conforto. In caso di contusioni e lividi il rimedio era (e lo è stato a lungo) l'oignon, l'Onion, Zwiebel in tedesco: cioè l'Allium cepa (39) o volgarmente, la cipolla. Si cuoceva una cipolla bianca o rossa, di medie dimensioni; una volta arrostita si toglieva la pelle e si mettevano i pezzi tritati in un panno od una tela e si applicava il cataplasma sull'ematoma (ed anche sui foruncoli) tenendovelo per una notte. Viaggi in cui non sempre era facile alimentarsi. E quando era possibile guai ad avere problemi a masticare. Per cui se avevano le gengive deboli si usava l'Alnus glutinosa (25) ossia l'ontano (che i pellegrini portoghesi chiamavano Amieiro). Se invece sanguinavano usavano la Cincoenrama (Potentilla) (42): cuocevano le foglie e lo stelo fresco in mezzo litro d'acqua per cinque minuti, poi facevano dei risciacqui. Usato come gargarismo era un buon rimedio anche per liberarsi dalle spine di pesce rimaste impigliate in gola. Tutti, strada facendo, raccoglievano le bacche di Zarzamora, il rovo (Rubusfruticosus L.) (149): ne mangiavano uno o due puñados come sollievo alla fatica del viaggio, mentre la sera per recuperare le forze per la giornata successiva mescolavano le more mature con un vaso di vino tinto, vino rosso. Oggi viene usato dalle industrie farmaceutiche per addolcire il sapore di molte medicine. Per le piaghe usavano due rimedi "opposti": il "sacro", la Hierba de Santiago (Senecio jacobea (63) (390), ed il "profano" il Venusnabel (in tedesco), l'ombelico di Venere (Ombelicus rupestris) (97). Peraltro soltanto Ippocrate e Dioscoride la ritenevano un'erba dalle proprietà erotiche. Nella medicina europea successiva veniva utilizzata per curare l'epilessia. Per le punture di insetti la Dulcamara (Solanum dulcamara (49) (397) che i pellegrini provenienti dalla penisola danese chiamavano Troldbaer, e la melissa, o Meliteira in galiziano, (Melissa officinalis) (80) (339), se però erano in parti delicato, pube o ano, il Perifollo borde, il Cerfeuil sauvage (Anthriscus sylvestris 113). L'olivo (Olea europea), (95) astringente, febbrifugo, purgante ed emoliente, veniva utilizzato sotto forma di aceto estratto dal frutto. Erano sufficienti alcune gocce, pure o diluite con acqua, per liberarsi da insetti e moscerini entrati negli occhi, contro le bruciature solari e per guarire i sabañones, i geloni. Se il Camino era, ed è, un percorso rituale o collettivo, per giungere alla purificazione o alla perfezione a cui si sono sottoposti, nei secoli, centinaia di migliaia di credenti, sconosciuti o noti, come Cosimo II de Medici, contadini o sacerdoti (come il bolognese Domenico Laffi che lasciò un prezioso diario di viaggio). di questa via della fedecocodi ogni classe socialeor Sulle vie della fede, viaggio alla ricerca di se stessi o per scongiurare il flagello della peste (come quello compiuto da San Rocco nel 1517) camminavano anche le conoscenze farmacologiche, confermando che il Camino fu anche un percorso cosmopolita di unificazione della cultura europea.

 Il laboratorio galenico, Antica Farmacia del Monastero di Camaldoli.Il laboratorio galenico, Antica Farmacia del Monastero di Camaldoli.

Per saperne di più
Molte informazioni per questo articolo sono state tratte da Guia de las plantas medicinales del Camino de Santiago, di Juan Mugarza, Ediciones de librerìa San Antonio (senza indicazione del luogo ed anno di edizione) e di cui non si conosce una traduzione italiana. Una lettura sempre affascinante è Florario, di Alfredo Cattabiani, Mondadori, 1996, mentre una fonte documentatissima è L'universo della piante medicinali - Trattato storico, botanico e farmacologico di 400 piante di tutto il mondo, di Ernesto Riva, Ghedina & Tassotti editori, Bassano del Grappa, 1995.

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